«Agli uomini e alle donne che sono stati portati nei campi di prigionia o in prigione senza accusa, alle persone che non sono più con noi per ascoltare queste scuse…. ai figli e ai nipoti che hanno portato la vergogna e il dolore di una generazione passata, e alla loro comunità, che ha dato tanto al nostro Paese, ci dispiace».
Sono queste le parole salienti che il Primo ministro del Canada ha pronunciato davanti alla Camera dei Comuni per presentare le scuse del Paese agli italiani che durante la Seconda guerra mondiale, furono perseguitati, fermati e rinchiusi in campi di detenzione senza colpe e senza prove, per il solo fatto di essere «stranieri alieni», vale a dire cittadini originari di un paese schierato in un campo militarmente avverso.
Le scuse che il primo ministro Trudeau ha fatto dopo settant’anni a nome delle istituzioni canadesi sono un atto tardivo ma giusto, apprezzabile sul piano storico, civile e morale.
Il nostro pensiero, tuttavia, va oggi a quanti – decine di migliaia di persone – hanno subito le conseguenze dirette e indirette di quelle ingiustizie, sopportando sofferenze personali e gravi disagi familiari e sociali. A loro va il nostro grazie per avere resistito e creduto, nonostante tutto, nella possibilità di costruire un futuro in un Paese che pure non era stato benevolo ed equo nei loro confronti.
In questo modo essi hanno tenuto aperta la strada per la costruzione di una comunità di oltre un milione e mezzo di persone: laboriosa, costruttiva, culturalmente significativa. Il Presidente Trudeau ha compiuto un onesto e importante atto di riconciliazione, di cui gli va dato atto, ma una più profonda riconciliazione con la società canadese l’hanno realizzata giorno per giorno gli italiani con il loro lavoro, con la loro lealtà, con l’importante contributo che hanno dato allo sviluppo della loro nuova Patria.